La proposta di Ottobre

 

 

Amin Maalouf

   

Col fucile del console d'Inghilterra

 
 

Un grande libro dello scrittore e giornalista libanese contemporaneo Amin Maalouf.

La finzione scenica Ŕ sempre la stessa: il narratore dice di aver scoperto il manoscritto di una "Cronaca montanara" del monaco Elias di Kfaryabda, dove sono riportate le rocambolesche vicissitudini di un giovane, Tanios, vissuto nella prima metÓ dell'Ottocento.

Le vicende di Tanios si intrecciano con un periodo turbolento di sconvolgimenti politici e di guerra, le vicende personali e gli accadimenti pubblici fusi in uno struggente e fantastico scenario, sempre sospeso tra realtÓ e magia, sfumato tra veglia e sogno.

L'atmosfera da "Mille e una notte" e lo scenario di guerra, l'epopea civile e l'idillio amoroso.

Premio Goncourt nel 1993.

        

COL FUCILE DEL CONSOLE D'INGHILTERRA

(Le rocher de Tanios)

Amin Maalouf

Traduzione di Egisto Volterrani

Bompiani

Romanzi & Racconti

n. 614

pag. 285

Ediz. 1999

 

 

 

L'inizio del racconto

Sono nato in un villaggio dove le rocce hanno un nome.

C'Ŕ il Vascello, la Testa dell'Orso, l'Imboscata, il Muro, e anche i Gemelli, detti anche i Seni dell'Arpia.

In particolare c'Ŕ la Pietra dei Soldati. E' lÓ che un tempo si tendevano gli agguati alle truppe che inseguivano i ribelli; nessun posto Ŕ altrettanto venerato o pi¨ carico di leggende. Eppure, quando mi capita di rivedere in sogno il paesaggio della mia infanzia, Ŕ un'altra rupe che mi appare: ha l'aspetto di un trono maestoso, scavato e come consumato dove si appoggiano i glutei, con uno schienale alto e diritto che si abbassa da entrambe le parti per formare i braccioli. E' la sola roccia, credo, che porta il nome di un uomo, la Rupe di Tanios.

Per molto tempo ho contemplato quello scranno di pietra senza osare affrontarlo. Non era paura del pericolo; al paese le rocce erano il nostro terreno di gioco preferito e, anche da bambino, avevo l'abitudine di sfidare quelli pi¨ grandi di me nelle scalate pi¨ spericolate; non avevamo altro equipaggiamento che le nostre mani e le nostre gambe nude, ma la nostra pelle sapeva incollarsi a quella della pietra, e nessun colosso poteva resisterci.

No, non era la paura di cadere che mi tratteneva.

Era da una parte il mito, dall'altra un giuramento. Preteso da mio nonno qualche mese prima di morire: "Qualsiasi roccia, ma quella mai!" Gli altri ragazzini restavano a distanza, come me, con lo stesso timore superstizioso. Anche loro avevano dovuto promettere, con la mano sui baffi del nonno. E avevano ottenuto la stessa spiegazione: "Era soprannominato Tanios-Kichk. Era venuto a sedersi su quella roccia. Non lo abbiamo pi¨ visto."

 

 
 

I precedenti

 *    Salvatore Niffoi - Ritorno a Baraule

 *    Nahal Tajadod - Passaporto all'iraniana

 

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