La proposta di Aprile

 

 

Salman Rushdie

   

Shalimar il clown

 
 

Qualcuno ha definito Salman Rushdie "uno scrittore necessario".

Aggettivo quanto mai impegnativo, questo "necessario". Eppure, a ben pensarci, necessari sono quegli scrittori, pensatori, filosofi, poeti che ci aiutano ad aprire gli occhi, a capire il mondo e gli uomini, a guardare con occhi nuovi e consapevoli la realtà che ci circonda.

In questo senso Rushdie lo è, necessario, e questo libro, intenso e alieno, ne è la dimostrazione.

Passioni umane e personali si manifestano sullo sfondo storico dell'India del ventesimo secolo. Un ambasciatore americano, intellettuale e seduttore, diplomatico e spia si muove tra i continenti suscitando sentimenti contrastanti e irresistibili e in uno scenario mutato si accendono i sentimenti eterni che dalle tragedie greche e ancor più dall'uomo primitivo ci accompagnano. La sovrastruttura, pur così presente e affascinante, è spazzata via dalla forza delle emozioni.

Un romanzo intenso e ricco.

        

SHALIMAR IL CLOWN

Salman Rushdie

Titolo originale: Shalimar the Clown

Traduzione: Vincenzo Mantovani

Arnoldo Mondadori Editore

Scrittori italiani e stranieri

Ediz. 2006

Pag. 465

 

 

 

L'inizio del romanzo

 

A ventiquattro anni la figlia dell'ambasciatore dormiva male, in quelle notti calde e senza sorprese. Si svegliava spesso, e anche quando il sonno arrivava, di rado il suo corpo era tranquillo, e continuava invece a scuotersi e agitarsi come se volesse liberarsi di tremendi e invisibili legami. Certe volte gridava in una lingua che non era la sua. Questo, nervosamente, gliel'avevano detto gli uomini. A non molti di loro era stato concesso di essere presenti mentre lei dormiva. Perciò le testimonianze erano scarse, e non c'era unanimità di consensi; ma un disegno emergeva. Secondo una descrizione, il suono della sua voce era gutturale, occlusivo glottale, come se parlasse l'arabo. L'arabo delle Mille e una notte, pensava lei, la lingua dei sogni di Sheherazade. Secondo un'altra versione, le sue parole facevano pensare alla fantascienza, a Klingon, a uno che si schiarisse la gola in una remota, remotissima galassia. Come Sigourney Weaver quando un demone parla attraverso di lei, in Ghostbusters. Una notte, per amore della scienza, la figlia dell'ambasciatore lasciò sul comodino un registratore acceso, ma quando udì la voce incisa sul nastro, la sua ferale bruttezza, che in qualche modo le riusciva familiare e insieme estranea, provò un terribile spavento e premette il tasto della cancellazione, che non cancellò nulla d'importante. La verità era sempre la verità.

Per fortuna questi periodi agitati di parole pronunciate nel sonno erano brevi, e quando finivano lei si calmava per un po', sudando e respirando affannosamente, in uno stato di spossatezza senza sogni. Poi tornava a svegliarsi di botto, convinta, nel proprio disorientamento, che nella stanza ci fosse un intruso. Naturalmente non c'era nessuno. L'intruso era un'assenza, uno spazio negativo nelle tenebre. Non aveva una madre. Sua madre era morta dandola alla luce: così le aveva detto la moglie dell'ambasciatore, e l'ambasciatore, suo padre, lo aveva confermato. Sua madre era nata nel Kashmir e si era perduta, per lei, come il paradiso, come il Kashmir, in un tempo che veniva prima della memoria. (Che i termini Kashmir e paradiso fossero sinonimi era uno dei suoi assiomi, un assioma che tutti quelli che la conoscevano dovevano accettare.) Lei tremava davanti all'assenza di sua madre, quella sagoma vuota di sentinella nel buio, e aspettava la seconda calamità, aspettava senza sapere che stava aspettando. Dopo la morte del padre - questo padre brillante e cosmopolita, franco-americano «come la libertà» diceva lui, questo padre irresistibile, amato, odiato, capriccioso, promiscuo, spesso assente - cominciò a dormire profondamente, come se fosse stata assolta. Come se tutti i peccati fossero stati rimessi, i suoi, o forse quelli di lui. Il fardello del peccato era stato scaricato su altre spalle. Non credeva nel peccato, lei.

 

 

 
 

I precedenti

    *    Andrea Camilleri - Il birraio di Preston

    *    Pef - L'amore di Bernardo

    *    Simonetta Agnello Hornby - La mennulara

    *    Laura Laurenzi - Liberi di amare

    *    Lois McMaster Bujold - Gravità zero

    *    Amin Maalouf - Col fucile del console d'Inghilterra

    *    Salvatore Niffoi - Ritorno a Baraule

    *    Nahal Tajadod - Passaporto all'iraniana

 

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